È peggio la politica o il giornalismo?

Decidere se è peggio la politica o il giornalismo italiano è difficile.

Della telenovela della giunta capitolina si è ampiamente letto. E non è il caso di infierire.

Il fatto che, a distanza di tre mesi dalla trionfale vittoria della Sindaca a 5 stelle, non solo manchi un tassello fondamentale come l’Assessore al bilancio (con l’assestamento che incombe) ma non ci sia stata alcuna reale attività amministrativa se non un caotico susseguirsi di nomine e revoche, parla da solo.Tuttavia la vicenda è paradigmatica non soltanto dal punto di vista del disarmante dilettantismo  politico dei suoi improbabili protagonisti.

Ma anche da quello del livello miserrimo a cui è giunta il giornalismo nostrano.

Le vagonate di minuziose ricostruzioni che, dai primi d’agosto (con le 5 dimissioni in un colpo solo), hanno impiombato pagine e pagine dei nostri quotidiani (oltre che ore di tg, talk show, ecc.) sono l’incarnazione di quel “paparazzismo” che è diventato l’unica e totalizzante cifra della cronaca politica qui in Italia.

Abbiamo, così. avuto modo di conoscere, fin nei minimi dettagli, tutti i retroscena della mediocre pochade. Personaggi che, a malapena rientrerebbero in qualche trafiletto nella cronaca locale, sono stati scandagliati nelle pieghe dei loro rapporti di sottobosco come se si trattasse  di questioni di rilievo nazionale.

L’apoteosi del pettegolezzo completamente fine a se stesso.

Mortalmente noioso, ancora prima che volgare. Ma proposto con una spocchia da “grande inchiesta giornalistica” che fa semplicemente ridere i polli. E porta rivalutare la stagione d’oro del gossip, ovvero gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Testate come Novella 2000, Eva Express ma anche le più “plebee” Stop e Cronaca Vera avevano ben altro senso della misura. Una frase letta, tra le altre, sul corriere qualche giorno fa (e ben poco importa quale, la minestra è sempre quella.. ) sintetizza perfettamente l’incontinente vacuità di cui si nutre questa parodia del giornalismo: “nella notte pare si sia tenuto un summit tra Di Maio e Di Battista a casa di quest’ultimo”. Capito, un summit… Queste sono le puttanate che ci tocca dover leggere.

Il “retroscenismo politico”, poi, è sempre esistito.

In tutta la prima repubblica costituiva un vero e proprio genere. Con specialisti che erano delle “penne” di autentica eccellenza. Ma era, pur sempre, un genere ancillare all’analisi delle dinamiche politiche. Che restavano al centro della cronaca. Oggi non è che avvenga il contrario. La cronaca politica non è, infatti, ancillare al retroscena. Non c’è proprio più, ne è stata  completamente fagocitata.

Dire “vabbè ma è la politica a non esserci più” è la presuntuosa giustificazione di una pigrizia mentale, di un conformismo al ribasso di un’autoreferenzialità miseranda che trovano rifugio nella logica dello scoop quotidiano che non esiste. Con gente che inseguendo Paola Taverna, Carla Ruocco e via via sempre più sprofondando in questo maelstrom popolato da nullità, si sente, immediatamente, Bernstein e Woodward alla ricerca della “gola profonda” del Watergate.

”Asilo Mariuccia” (peraltro nobilissima istituzione filantropica milanese) è stato uno dei luoghi comuni più letti, in questi giorni di tarda estate. Ma se vale per la banda di sciamannati alle prese con la dura realtà dell’amministrare, assai di più per quei sedicenti “operatori dell’informazione” che si occupano delle loro gesta. L’analfabetismo politico e l’ignoranza crassa della storia sono, in tal senso, speculari. Solo che gli uni le coprono con urla belluine.

Gli altri con la sufficienza di quelli “che la sanno lunga”.

Che Roma non sia governata e che non si riesca a intravedere una minima idea d’insieme di come la si intenderebbe governare (con il grottesco ricorso a un “copia e incolla”, di chiara provenienza google, per stilare il programma di governo solennemente enunciato in Consiglio Comunale) non è una notizia. La notizia è che Paola Muraro è indagata.  Su cui dovrebbe regnare sovrano il chissenefrega, ai sensi della “costituzione più bella del mondo” (quella che, secondo Dibba, “non si tocca”) che prevede la presunzione di innocenza. E di una realtà delle cose per cui incappare in un’indagine penale (in un paese che è una babele di leggi) è un incidente di percorso che può capitare a chiunque si occupi di pubblica amministrazione, compresi gli enti locali. E qui si viene al punto.

Non solo per i 5 stelle e il labirinto giustizialista che ne è la ragione fondativa e  inevitabilmente, gli presenta i conti una volta che, fuori dalle piazze in cui gridano onestà, devono mettere le mani nelle matasse amministrative.

Ma soprattutto per la stampa. Oltre 20 anni di informative di polizia giudiziaria, di verbali d’interrogatorio, di  brogliacci di intercettazioni passati sottobanco dagli uffici delle procure e diventati la “fonte unica” di una “narrazione unica” della vita del paese, hanno inquinato nel profondo il metodo, l’atteggiamento mentale e la stessa cultura dei professionisti dell’informazione nostrana. Un processo degenerativo drammatico.  Che ci ha condotto, per l’appunto, a questo mediocrissimo cabaret travestito da giornalismo. Altro che complotto dei poteri forti.

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