La Lega al bivio e l’insormontabile ostacolo di Salvini.

E’ piuttosto evidente che, passata la sbornia populista/sovranista e modificatosi radicalmente il “mood” del paese, la Lega si trova davanti a un bivio difficilmente eludibile.
La mediocre informazione nostrana tende a ridurre tutto allo stato di chiacchiericcio, a un continuo “dietro le quinte” in cui cogliere i battibecchi interni a partiti e coalizioni e presentarli ai lettori (non per niente sempre meno) come le rivelazioni di una rivista di gossip .
La diatriba Salvini/Giorgetti segue la stessa sorte.
Le cronache riportano  i mugugni di questo o quel maggiorente “che preferisce restare anonimo”, ipotesi su mosse e contromosse tattiche, ricostruzioni di telefonate “bollenti” e via coi pezzi di colore.
Ma a restare sfuocata è, come al solito, la questione politica sottesa.
Che investe una ricomposizione del quadro generale già in atto, con la sostanziale estinzione dell’altro grande protagonista di una stagione che ci sembra lontana un secolo eppure si è consumata meno di due anni e mezzo fa. Salvini e i cinque scemi hanno ballato assieme una sola estate, quella del 2018.
Le danze erano in corso anche in quella successiva (sia pure con gli scappati di casa già non poco ammaccati) salvo interrompersi bruscamente su una spiaggia riminese con il successivo corollario di maldestria politica posto in essere da Capitan rosario che condurrà al Conte 2.
Poi il covid ha spazzato via tutto.
Regalando  all’ex prestanome dei due dioscuri il suo momento di effimera gloria.
E portandoci, dopo l’estenuante e inconcludente reality show claustrale orchestrato da Rocco Casalino (ussignur…),  al commissariamento draghiano su cui gran parte del paese spera, ora,  di poter galleggiare il più a lungo possibile.
Tre anni sulle montagne russe in cui si è passati dall’elogio dell’incompetenza (“che quelli competenti abbiamo visto come ci hanno ridotto”) all’apoteosi della tecnocrazia illuminata (“finalmente al comando uno che sa quello che fa”).
E’ chiaro che i sogni di gloria di chi invocava pieni poteri  abbagliato dall’esito delle Europee 2019 (sulla fallacia delle illusioni che queste specifiche consultazioni sono solite suscitare ci sarebbe da scriverci un libro) appartengono, ormai, all’album dei ricordi.
E anche la provincialissima disfida a colpi di sondaggi tra Giorgia e Matteo sulla presunta leadership del centrodestra è passata direttamente dallo stucchevole allo stantio dopo la prova catastrofica delle scorse amministrative. 
Tant’è che l’”al voto al voto” di non molto tempo fa si è trasformato in pensosi ragionamenti su come traguardare il 2023 cui si frappongono le colonne d’Ercole dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Il dibattito attuale ruota tutto attorno al fatto se sia più conveniente un Draghi che trasloca al Quirinale oppure  che resta a Palazzo Chigi.
E la convenienza viene misurata esclusivamente con il metro della continuazione dell’attuale (e sciagurata) legislatura. Anche, se non soprattutto, dal già scalpitante capitano.

Ma guardando un po’ più in là, c’è qualcuno che ancora pensa che le future elezioni siano un’ineluttabile strada spianata per un centrodestra che continua, tra una lite e l’altra, a sciorinare le sue ricette orbanian/sovraniste come se, negli ultimi 18 mesi, non fosse cambiato il mondo?
Come essere a capodanno e festeggiarlo indossando, all’aperto, i bermuda e la polo di ferragosto.  
La disillusione per lo sconcio fallimento della palingenesi scemocratica che, nel 2018, aveva gonfiato il parlamento di mandrie belluine di seminanlfabeti di ritorno (e, spesso, anche di andata) unita al drammatico stravolgimento   portato dalla pandemia, hanno operato come il proverbiale suono della campanella per una comunità nazionale che si era trovata a vivere una ricreazione di sfrenato infantilismo, tra povertà abrogate per legge, navi militari cariche di migranti cui viene impedito  l’attracco e tutta la costosa  paccottiglia propagandistica cui abbiamo avuto la sfortuna di dover assistere nel recente passato.
Il rientro in classe coincide con una sorta di “dove eravamo rimasti” che, però, poggia sul vuoto.
Anzi, risale a un’epoca ormai lontanissima.
Quella della crisi verticale del berlusconismo che è databile dieci anni or sono, con la defenestrazione del Cavaliere del novembre 2011.
Da allora, di fatto, l’Italia ha cominciato a girare come un criceto nella ruota.
A ogni giro una delusione.
Prima l’uomo in loden. Poi il toscano con la giacchetta di Fonzie. Poi il dioscurato tra il bibitaro e il portatore abusivo di divisa. Poi Conte con le sue bimbe. Poi… basta. Campanella, per l’appunto.
Gli anni dieci del presente secolo non sono stati un laboratorio politico. Ma niente più di un cabaret di crescente trivialità. Non hanno prodotto nulla che andasse oltre il brevissimo periodo tipico degli effimeri consensi emotivi.
E così per leggere il presente siamo, ancora una volta, costretti a dover rispolverare le categorie del passato.
E a ricorrere a categorie politiche vecchie di 30 anni.
Che sono, poi, i trent’anni che, dal grande trauma della “finta rivoluzione” giudiziario-golpisitca in avanti, hanno prodotto quella regressione culturale e socioeconomica di cui sono figlie tutte le brutture in compagnia delle quali siamo andati mestamente invecchiando.
La questione resta, dunque, quella cui si trovò davanti Berlusconi nel 1994.
Ovvero di una repubblica che ontologicamente  vede il suo blocco sociale portante orientato in una dimensione politico/culturale che, all’epoca, si traduceva in quel pentapartito spazzato via dalla magistratura golpista.
Forza Italia nasce sulle ali del carisma del suo padre padrone. Ma anche sulle spoglie dei partiti “cari estinti”. Milioni di orfani vi trovarono la nuova “casa famiglia”.

E siamo sempre lì.
Il paese si è incattivito, è diventato (ancora) più ignorante ed intere classi sociali hanno patito un progressivo e  traumatizzante downgrade.
Ma quel blocco sociale, per quanto rimodellato, non ha perso la sua matrice. Quella era e quella resta.
E ritorniamo, così, al bivio di cui si diceva.
La vecchia guardia leghista (e parliamo del più vecchio partito presente in parlamento) ha perfettamente compreso il cambio di stagione e il suo “back to the past”.
Sa che ruspe, madonnette e “difesa dei sacri confini della patria” non costituiscono più una scatola degli attrezzi idonea per dare costrutto ad ambizioni governative.
E che, invece, la Lega, se vuole essere egemone nella sua area e legittimata ad aspirare a Palazzo Chigi, deve diventare quella che fu Forza Italia negli anni 90/2000.
Mettere insieme quell’elettorato di riferimento, andando a pescare a strascico nel mare magnum dell’astensione. L’approdo al PPE, in tal senso, avrebbe un suo significato non solo simbolico.
Aprirebbe, infatti, percorsi che oggi paiono impensabili.
Ma che, in prospettiva, potrebbero rivelarsi non solo praticabili. Ma anche ineludibili se, davvero, si vuole dare stabilità a un paese spossato da incessanti,  inconcludenti e ripetitive turbolenze politiche. Come una coalizione di governo PD/Lega.
Che, poi, sarebbe il vero centrosinistra. Esattamente come lo era il vecchio pentapartito.
Del resto già oggi, sia pure sotto l’ombrello di Draghi, governano già insieme. E molto più lietamente coche con il terzo partner, ormai in stato di avanzata decomposizione.
Salvini rappresenta un ostacolo insormontabile per una svolta di questo genere. E’ nato quadrato. E, diversamente dal cavaliere, è del tutto incapace, per suoi limiti culturali e, probabilmente, anche personologici, a farsi tondo così come, spesso serve, in politica.
Ma é una contraddizione destinata inevitabilmente a deflagrare.
Il problema è che nell’attuale ceto politico leghista risulta difficile intravedere un successore all’altezza dell’impresa. Ma gli eventi sanno essere maieutici. Almeno si spera…           

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