I danni che produrrà la controriforma di Salvini sulla droga.

Il Ministro dell’Interno annuncia un disegno di legge che “raddoppierà le pene per lo spaccio di droga” ed eliminerà il concetto di “modica quantità”.

Il primo concetto è senz’altro chiaro. Il secondo un po’ meno.
La vigente legge sugli stupefacenti, infatti, in nessuno dei suoi articoli vi fa riferimento. Era, semmai, quella anteriore a contemplarla. Ma parliamo di quasi trent’anni fa.
Il capitano ha fatto, evidentemente, un po’ di confusione. Sovrapponendo, per l’appunto, “modica quantità” e “fatto di lieve entità”, questo si previsto dalla l. 309/90 per temperare i rigori di una normativa che, già adesso, prevede pene altissime.
Che, a quanto pare, non hanno sortito l’effetto deterrente sperato.

Tant’è che il traffico e il consumo di stupefacenti, nell’arco di un trentennio, non sono diminuiti affatto. Ma anzi. Difficile credere che il raddoppiarle cambierà granchè le cose.

Se non aumentare ulteriormente il sovraffollamento delle carceri in cui, già oggi, la stragrande maggioranza dei detenuti vi si trova per fatti di droga.
Comprese le droghe leggere.

Del resto che l’iniziativa di Salvini non originasse da un approccio meditato al tema è stato lui stesso a rivendicarlo.
Ha infatti spiegato che, a far scattare in lui la molla ultraproibizionista, è stato, infatti, un tragico fattaccio di cronaca: uno spacciatore al volante che stermina due genitori la cui unica colpa era quella di averlo incrociato mentre guidava strafatto e senza patente.
La conseguenzialità tra l’uno evento e il raddoppio delle pene per chi spaccia è piuttosto discutibile. Ma tant’è.
Tutti riconoscono al capitano la straordinaria capacità di farsi percepire come “uno di noi” (senza nessun riferimento a “Freacks”, ovviamente).
E cosa si sarà mai detto nei bar italiani commentando l’episodio se non “quello avrebbe dovuto essere in galera a marcirci per sempre”.
Il che, peraltro, costituisce una reazione emotiva assolutamente normale.
Ma mutuarla paro paro e cavalcarla mediaticamente con il consueto annuncio di una legge che “metterà fine alla pacchia”, è abbastanza evidente che risponda alle solite esigenze propagandistiche più che a sviluppare una politica di efficace contrasto al narcotraffico.

Perchè è sicuro al 100%, e 30 anni di proibizionismo lo certificano inconfutabilmente, che non lo sarà.

In tutto il mondo occidentale, non per nulla, è in corso un forte ripensamento sulle politiche proibizioniste, dopo che l’ondata punitiva inaugurata da Bush sr. nel 1989, si è dimostrata totalmente inefficace.
E molti paesi hanno, conseguentemente, depenalizzato la vendita della cannabis.
Salvini va nella direzione opposta. Niente lieve entità. Tutti dentro. Così non ci saranno più spacciatori ubriachi che investono cittadini innocenti.

In realtà gli effetti saranno tutt’altri. E andranno a colpire, in maniera drammatica, soggetti che non hanno nulla a che fare sia con i “venditori di morte” sia con gli sballati delinquenti da mezza tacca come il pirata della strada che ha ucciso i due poveri genitori a Porto Recanati.

Si perché, innanzitutto, la legge sugli stupefacenti punisce la “cessione”. Che non necessariamente deve essere connessa a un fine di lucro.
Ai sensi di legge se qualcuno cede a qualcun altro un qualsivoglia quantitativo di droga, anche a titolo gratuito, viene punito come se fosse, a tutti gli effetti, uno spacciatore. Per intenderci; se ti giro un pezzettino di fumo perché sai che ce l’ho, me l’hai chiesto e sono tuo amico, ho già commesso un reato. E posso finire al gabbio.

Le “zone grigie”, segnatamente nel campo delle droghe leggere, sono, in tal senso, enormi.

E finirebbero per diventare le protagoniste assolute degli strali ultrapunitivi di una legge che raddoppia le pene e rivede “modica quantità” (boh..) e “fatto di lieve entità”.
Nella misura in cui tutti i fatti cessione, tutti, sono insuscettibili di una valutazione circa il loro effettivo impatto in termini di danno sociale, allora le porte del carcere sono desinate ad aprirsi più per il diciottenne “che si fa le canne” che per l’odioso “venditore di morte”.

A tale proposito mi sia consentito un aneddoto professionale.

Quasi vent’anni fa (ma potrebbe essere anche ieri, non molto è cambiato) mi capitò di difendere un ragazzo arrestato, per l’appunto, per il possesso di un discreto quantitativo di hashish (non certo enorme, parliamo di un etto circa).
Cosa era successo? Era stato pizzicato, nei giorni immediatamente precedenti al “ponte” di Sant Ambrogio, dopo aver acquistato, su incarico di altri amici suoi, la scorta di fumo necessaria ad allietare il “week end lungo” da trascorrere fuori porta.
Un qualcosa che capita, o sarà capitato, a milioni di adolescenti (e non solo).
Arrestato in flagranza era stato portato a S. Vittore. Trascorrono i quattro giorni previsti dal codice e, finalmente, viene condotto dinanzi al Giudice che deve decidere se applicare, o meno, la custodia cautelare. L’interrogatorio avviene negli appositi locali della struttura carceraria.
Ed è lì che lo vedo per la prima volta. Un tipico ragazzotto della buona borghesia. Palesemente innocuo. Letteralmente terrorizzato.
Nel corso dell’adempimento non farà altro che piangere. E dico piangere come un vitello.
Nei pochi minuti in cui ho modo di conferire con lui prima che inizino le domande del giudice, mi prega, stravolto, di “tirarlo fuori di li”.
Convulsamente mi  riferisce di molestie subite nel locale doccia.
Ovviamente ammette i fatti e, tra un singhiozzo e l’altro, fornisce la spiegazione che ho detto; era la scorta per il week end.
Il giudice che poco dopo, deciderà se lasciarlo, o meno, nella “fossa dei serpenti” è una donna.
Temutissima, all’epoca, per il suo rigore quando si tratta di fatti di droga.
Io, però, sapevo, per via di conoscenze personali, che i di lei due figli, che avevano un età vicina a quella dell’interrogato, ci davano dentro non poco con il fumo. E forse anche con altro. Verosimile che la mamma togata non ne sapesse nulla.
In ogni caso, finito l’interrogatorio e giunto il momento delle richieste della difesa, nell’impetrare la scarcerazione del ragazzo dissi, non senza un filo malizia, “mi rivolgo non solo al Giudice ma anche alla madre”. E quella lo scarcerò.

Ecco, gli episodi come questo (che sono tutt’altro che un caso raro e non sempre a lieto fine) con la “controriforma Salvini” sono destinati a moltiplicarsi esponenzialmente.

Lo si sappia.
E il trauma che anche solo un giorno di permanenza nelle patrie galere può provocare in un giovane estraneo a sottoculture criminali, non è di quelli che ti “insegnano a vivere”.
Può avere effetti devastanti e permanenti.
Tutti gli interventi sulla normativa penale nascondono dei potenziali danni collaterali rispetto al fine che si prefiggono.
Quelle dettate dall’emotività, dall’ansia di dare risposte esemplari all’opinione pubblica, dall’intento esclusivo di acquisire un superficiale consenso, più di ogni altra. Questa si candida a batterle tutte. Per il momento.

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