L’Isis, l’orrore e noi.

Personalmente ritengo deleterie tutte le religioni che non abbiamo sviluppato un processo di secolarizzazione. Tutte.

In tal senso l’Islam costituisce sicuramente un problema, se non “il problema” considerato il numero dei fedeli e la sua profondissima compenetrazione nella loro cultura.

Ciò detto l’assimilazione ISIS/ISLAM è rozza, superficiale e sbagliata.

Come dire, negli anni 70, che chi votava PCI era, sotto sotto, un brigatista rosso. E’ evidente che l’ISIS sia una gravissima degenerazione della fede islamica. Peraltro, come sempre accade, strumentale a fini di potere e dominio territoriale. Ma non la si può considerare una componente di quella religione così come le degenerazioni tumorali non sono una componente della nostra fisiologia. Di certo, come per PCI e brigate rosse, la “foto di famiglia” è la medesima. E le affermazioni ireniche di molti Imam (comunque assai migliori dei predicatori di odio) circa l’estraneità dell’ISIS alla cultura islamica in quanto cultura di pace, hanno una certa venatura di ipocrisia.

E non so quanto dovremo attendere perché, nel mondo musulmano, si riconosca che lo jihadismo affonda le sue radici nelle visioni arcaiche ed oscurantiste di molte correnti islamiche.

Che, dunque, andrebbero isolate e, col tempo, neutralizzate a favore di un Islam moderno e secolare. Tutto ciò si intreccia, poi, con i grovigli geopolitici di tutta l’area medio orientale e sulle stesse ragioni di essere di molti di quegli Stati. A tacere delle arretratezze sociali che li caratterizzano. E, per quanto riguarda l’occidente, la pessima gestione dei flussi migratori che ha creato ghetti, anomia e rigetto ovvero un terreno fertilissimo per l’estremismo. Il che rende il processo molto difficile e richiedente tempi lughi. Ma io penso che inevitabilmente si innescherà e produrrà i suoi frutti.

Nel frattempo, con cadenze irregolari ma costanti, le società occidentali vengono squassate dalla visione di atrocità inconcepibili che la macchina propagandistica jihadista (che nelle esecuzioni shoccanti vede il suo format più efficace in termini di sconvolgimento e conseguente destabilizzazione) promuove su tutti i canali disponibili.

Non sono, probabilmente, “menti raffinatissime” quelle che attuano, con modalità premedioevali, questa strategia sanguinaria. Ma hanno ben chiaro un fattore che avvolge tutta la storia dell’umanità: la forza dirompente del terrore. Quello a cui puntano, attraverso l’esercizio sistematico ed estremo di questa forza, è suscitare, consolidare e stratificare approcci irrazionali. Quelli, per l’appunto, cui induce il terrore. Farlo nei confronti di un occidente che poggia le basi della sua modernità sul culto della Dea Ragione introdotto dal “secolo dei lumi”, costituisce un’arma letale. Perché l’irrazionalità implica processi autolesionistici e, non di rado, autodistruttivi.

Oggi, con l’esecuzione delle due povere ragazze scandinave ai piedi dell’Atlante, siamo al cospetto dell’ennesima atrocità inconcepibile per le nostre menti.

Ancor di più perché rivolta nei confronti di due giovani donne, sottoposte a un martirio indicibile. L’essenza stessa della femminilità oltraggiata e vilipesa oltre ogni limite dell’umano, fino al gesto, che riposa nella barbarie più arcaica, della decapitazione. Un qualcosa che è difficilmente sostenibile anche solo al racconto. E di cui, con feroce coerenza comunicativa, ci viene buttata addossa la testimonianza audiovisiva. Il che, peraltro, è deliberatamente funzionale anche a smuovere i meandri più bui del nostro subconscio agendo su pulsioni inconfessabili come il voyeurismo necrofilo.

Ho letto, in tal senso, non pochi commenti di persone che affermano di aver voluto scientemente assistere a quel video perché li “aiutava a capire chi sono i nostri nemici” e, quindi, a “odiarli meglio”. Purtroppo non si rendono conto che questo travalicare i limiti dell’osceno più profondo, violando l’intimità delle persone nel momento più intimo concepibile ovvero quello della sofferenza finale e della morte, risponde, proprio, a quella strategia di regressione all’assoluto irrazionale e, quindi, all’abbruttimento interiore del singolo e all’imbarbarimento collettivo delle comunità civili, che l’ISIS (e lo jihadismo in genere) vuole imporci.

La morte è probabilmente l’ultimo tabù rimasto alla nostra società.

Molti fanno fatica, addirittura, a nominarla. Trasformare la morte violenta di due ragazze in un prodotto audiovisivo vuol dire, innanzitutto, infrangerne quella dimensione sacrale, intangibile ed intima che è propria della nostra cultura. E ricondurci a una sottocultura della morte che appartiene, spiace dirlo, non solo a frange del mondo islamico ma, addirittura, a non pochi stati musulmani. Le esecuzioni pubbliche, mediante decapitazione, anche di donne sono, com’è noto, una prassi non secondaria dell’Arabia Saudita, ad esempio. A tacere delle lapidazioni ancora praticate in diverse aree della penisola arabica.

Noi dobbiamo opporci con tutte le nostre forze a questa strategia maligna.

E non basta lo stucchevole mantra “non riusciranno a cambiare le nostre abitudini”, come se il problema fosse (solo) l’uscire la sera per andare ai concerti o al bistrot. Dobbiamo essere in grado di compiere un esercizio costante su noi stessi che ci imponga di non abdicare mai al principio di razionalità. Passa anche, credo, dal rifiutarsi di guardare la loro oscena spettacolarizzazione della morte di due povere ragazze.

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