Noi e loro: la lezione dei gilets gialli.

Il governo del cambiamento ci riserva dei colpi di scena tragicomici con cadenza, ormai, pluriquotidiana.

Difficile star dietro alla cronaca. L’ultimo paradosso è che, dopo tre mesi di bullismo, ci siamo ridotti a doversi affidare ai buoni uffici di Junker (già più volte amabilmente apostrofato come “ubriacone” dai due superduri “vicepremier”) per essere tutelati dai rigurgiti rigoristi di quelli che dovevano essere i nostri migliori alleati. Una parabola di rara genialità politica. Che ci è costata qualche centinaio di miliardi. Ma sai il divertimento di avergliele cantate. Ulteriore paradosso è che, al momento, il nostro migliore alleato è l’odioso tecnocrate Macron. Com’è noto, sulla spinta delle proteste dei gilets gialli, ha dovuto ricorrere, come noi, a una manovra espansiva in deficit. Facendo così scattare l’argomento del “due pesi e due misure”. Non è questa la sede per rimarcare che parliamo di due paesi con una situazione finanziaria molto diversa. Lasciamo ai “giornaloni” queste superfetazioni antinazionali.

Trovo, invece, interessante buttare un occhio sulle analogie e, soprattutto, le differenze tra i “populisti” d’oltralpe e quelli nostrani.

Soprattutto dopo che Grillo ha cercato di intestarsi i glilets jaunes in un’ottica di movimento transnazionale e che gli stessi media francesi hanno paventato la nascita di un partito cinque stelle in salsa gallica.

Se andiamo a esaminare i famosi 41 punti compendianti il cahier de doleance dei rivoltosi, le affinità, che pur ci sono, appaiono significativamente inferiori alle distanze.

A partire dalle basamenta dell’impianto rivendicativo. Che, per i 5 stelle, è diventato programma di governo.

Il movimento grillesco poggia su tre capisaldi: assistenzialismo, decrescita, giustizialismo.

La loro declinazione, in estrema sintesi, è; reddito di cittadinanza, no alle grandi opere, poteri illimitati a giudici e pm. Il tutto in coerenza con la visione del guru di Sant’Ilario che immagina un mondo in cui lavorare sarà inutile (e, comunque, impossibile), la produzione e distribuzione delle merci avverà tramite stampanti 3d (quindi a che cavolo servono quelle stupide e obsolete ferrovie) e lo stato “etico” sarà in grado di estirpare il vizio e far trionfare la virtù. Solo per dare un pò di belletto al “reddito di cittadinanza”, Di Maio si è dovuto inventare la fanfaluca dei “centri dell’impiego” e delle “tre proposte di lavoro”. Che fanfaluca era e fanfaluca resterà viste le condizioni da “anno zero” in cui versa l’immaginaria struttura che dovrebbe compiere il miracolo di trovare una quindicina di milioni di potenziali impieghi. Lo stato che paga per non lavorare rimane l’idea fondante dell’ideologia (si vabbè..) grillina.

I gilets jaunes, invece, mettono proprio il lavoro al centro.

Le loro richieste riguardano i salari. Non le mance di stato. Vogliono i minimi più alti (non meno di 1500 €). E i massimi fissati per legge (non più di 15.000 €). Convergono coi 5 stelle, invece, per quanto riguarda il rifiuto della flessibilità e il mito nostalgico del “tempo interminato” come regola. Ma sul welfare hanno proposte molto più concrete e meno palingenetiche; sostegno alle famiglie con figli (esteso fino ai dieci anni di età dagli attuali sei), sostegno ai disabili, sostegno agli anziani, sistema pensionistico comune per dipendenti ed autonomi. Sull’età pensionabile piena consonanza, invece, con la Lega: tutti a non più di 60 anni.

Per quanto riguarda attività produttive e grandi opere, in comune vi è la ripulsa per la grande distribuzione vista come vampirizzatrice del piccolo commercio. Oltre, naturalmente, al protezionismo autarchico (punto 6: “Proteggere l’industria francese : vietare le delocalizzazioni, proteggere la nostra industria significa proteggere le nostre competenze e il nostro lavoro” ). Ma nessuna traccia di furore contro le infrastrutture. Viene, semmai, chiesto di destinare tutti i proventi dei pedaggi alla manutenzione e alla sicurezza stradale.

E, poi, udite udite, favorire il trasporto delle merci su ferro. E qui siamo davvero agli antipodi della retorica “no tav”.

Per quanto riguarda la giustizia vengono chieste più dotazioni per i tribunali. Ma nessuno si sogna di incidere sulle garanzie fondamentali, prima fra tutte quella di non restare sotto processo in eterno, e considerare la facoltà punitiva dello Stato come supremo valore rispetto ai diritti del cittadino/imputato.

Troviamo, naturalmente, diverse assonanze anticasta.

Limitare gli emolumenti di “ogni rappresentante eletto” al “valore mediano”, stretti controlli sulle “spese di trasporto”, nessuna indennità a vita per gli ex presidenti. E siamo abbastanza in linea con le predicazioni nostrane. Ma, anche in questo caso, nessuno si sogna di avanzare richieste di sapore vendicativo “a posteriori” come il taglio dei vitalizi in essere, da noi assurto a totem, prima, e tradottosi, poi, in una norma di discutibilissima costituzionalità e di evidente irrilevanza in termini di taglio agli sprechi.

Infine il tema dell’accoglienza.

E qui più che con i 5 stelle (che sul punto brillano per ambiguità e cinismo) se la giocano con Salvini. La prima richiesta, in tal senso, è piuttosto dissonante; “i richiedenti asilo devono essere accolti degnamente, noi dobbiamo fornire loro alloggio, sicurezza, cibo ed educazione per i minori”. Più o meno l’esatto opposto delle politiche brandite dal vicepremier e concretizzatesi in un decreto sicurezza per cui sbattere in mezzo alla strada, in pieno inverno, intera famiglie di richiedenti asilo, viene presentato come un passo fondamentale per un paese più sereno.

Poi, arrivano anche istanze più in linea col pensiero e l’azione del capitano; rimpatrio immediato per chi si veda negato lo status di rifugiato, centri di accoglienza insediati in altri paesi, obbligo di conoscenza della lingua, la storia e la cultura francese. Ma non siamo lontani da principi di buon senso e ragionevolezza. E, soprattutto, non si respira quell’olezzo xenofobo che, da noi, viene fatto inalare in dosi massicce.

Insomma, Macron avrà le sue grane e i gilets jaunes avranno compiuto vandalismi inaccettabili. Epperò la Francia, anche in frangenti così convulsi, riesce a darci lezioni di maturità democratica. Anche nelle proteste più estreme.

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