Taglio dei parlamentari; il sogno di una battaglia rigenerante.

Un anno che definire scadente si risolve in un pietoso eufemismo, giunge ai suoi sgoccioli regalando una buona notizia: il quorum raggiunto per il referendum confermativo del taglio dei parlamentari.

Una delle tante leggi immonde prodotte da quella buffonesca calamità denominata cinque stelle, ma questa volta, con l’indecente collaborazione non solo di lega e pd ma di pressoché tutte le forze parlamentari.

In un certo senso la pietra angolare di tutto lo pseudo pensiero grillino che, con la grancassa della retorica anticasta, trova nell’antiparlamentarismo e, quindi, nel disprezzo della rappresentanza il suo nucleo eversivo di matrice chiaramente autoritaria e fascistoide.
Ma è,al contempo, la pietra angolare della desolante ignavia (ma definirla vigliaccheria sarebbe, forse, più congruo) di quelle forze politiche sedicenti non populiste, in particolare il PD e Forza Italia.
Il primo, in nome del riconquistato ruolo governativo, esibendosi in una spettacolare giravolta rispetto a quanto detto e votato nella vigenza dell’esecutivo gialloverde.
La seconda, semplicemente, piegandosi, a un mainstream antipolitico esattamente agli antipodi della sua cifra fondativa, ancorchè ampiamente alimentato dalle televisioni “di famiglia”.


Per entrambi una performance davvero miseranda.

Fatto gli è che, salvo sorprese (i parlamentari firmatari del referendum possono ritirare la firma fino all’11 gennaio), il tanto evocato “popolo sovrano”, da qui a questa primavera sarà chiamato a pronunciarsi circa l’approvazione, o meno della riforma costituzionale approvata in terza lettura.
Al momento a credere che la battaglia referendaria possa avere un esito contendibile non c’è pressoché nessuno.
Anzi, viene dato per inesorabile un trionfo del si, considerate le predicazioni più che ventennali ossessivamente incentrate sul disprezzo della politica (sentina di ogni nefandezza parassitaria), del ruolo del parlamento (poltronificio ad uso di privilegiati senza meriti) e, in ultima analisi, della democrazia stessa (inconcludente, costosa, compromissoria), a favore di altre agenzie di potere di natura burocratica e tecnocratica, la magistratura su tutte ma anche l’alta dirigenza dello stato.
Per molti, se non quasi tutti, si tratta di veleni penetrati in tale profondità nell’humus della nostra società da aver raggiunto la falda.
E, quindi, insuscettibili di bonifica.
Gli italiani, come tossici all’ultimo stadio della narcodipendenza, sarebbero totalmente incapaci di uscire dal torpore demagogico indotto da un’inoculazione massiccia, continua e di lunghissima data.
Un’analisi desolante.
Cui, però, non è estranea anche una certa pigrizia mentale oltre che quella dose di cinismo inevitabile per chi, oramai, le ha viste tutte.
E tutte di peggio in peggio.
Grande assente la passione civile di partecipare a una grande battaglia di principio.

Eppure io credo che non solo valga la pena combatterla gettando il proverbiale “cuore oltre l’ostacolo”.
Ma soprattutto che, vada come vada il referendum, un dibattito nazionale sul punto possa avere un effetto rigenerativo su molti comparti della nostra comunità.
Già solo il fatto che gli italiani dovranno porsi delle domande circa l’effettiva bontà del provvedimento lo trovo, di per sé, un fattore positivo.
E, addirittura, sono tra quei pochissimi che non esclude un responso sorprendente.
Ma, si sa, sognare è bello.

E proprio volendosi abbandonare ai sogni, ci si può spingere a immaginare un parallelismo con un’altra tornata referendaria, di quasi trent’anni fa.

Non v’ha dubbio che il referendum “Segni” sulla preferenza unica del 1991 abbia costituito un passaggio storico fondamentale per traguardare una seconda repubblica che sarebbe nata, nelle tragiche circostanze che conosciamo, di lì a un paio d’anni.
Figlia, sicuramente, della falsa rivoluzione di “mani pulite”. Ma anche di tutto l’armamentario demagogico e, già allora, antipolitico che mise le ali al referendum Segni, prima, e a tutta la canea manipulitista, non molto dopo. Anche in quel caso la questione afferiva, nel suo nucleo centrale, all’indebolimento della rappresentanza.
Passare dalla multipreferenza alla preferenza unica era, né più né meno, una restrizione delle facoltà di scelta dell’elettore.
Com’è noto Craxi su quel referendum andò a schiantarsi con l’infausto invito ad “andare al mare” anziché recarsi alle urne.
Fu un errore. Ma un errore dettato, in primo luogo, dal primato della politica che costituiva la stella polare dell’allora segretario del PSI.
E gli rendeva inconcepibile che gli italiani, come il famoso marito armato di forbici, corressero a votare per amputarsi un potere di scelta.
A suo modo un errore nobile.
Ma ben altro stava montando nel paese.
E non essersene accorto verrà amaramente pagato dal grande Leader di cui, tra poche settimane, ricorrerà il ventennale dalla scomparsa.
Ora, assumendo il referendum Segni come il mallevadore dei peggiori anni della vita del paese (quelli in cui viviamo, per l’appunto, dagli inizi degli anni novanta e che si trovano, attualmente, nella loro fase metastatica) è bello “sognare” che il referendum sul taglio dei parlamentari possa esserlo di una stagione di “rinascimento democratico”.
L’uno l’ingresso di una lunga catabasi, l’altro di una progressiva anabasi. Proviamo a chiudere gli occhi e a immaginare un paese che, con il lavacro di una scelta consapevole, riesce a mondarsi dalle scorie più putrescenti della demagogia che lo ammorba e a intraprendere un percorso di guarigione “civile”.
Ecco, si, è un sogno.
E riaprendo gli occhi è inevitabile rammentare come gran parte del sistema mediatico, nel lontano 91, tirò la volata al referendum Segni.
La campagna orchestrata, in primo luogo, da “Repubblica” (ma anche il corriere non scherzava), fu fondamentale per il buon esito della tornata. Mentre c’è da stare certi che, su quello del taglio dei parlamentari, l’informazione nostrana (che campa, per quello che riesce a campare, su una “narrazione” evidentemente populista) metterà la sordina.


Insomma, per i sostenitori del no sarà la classica scalata a mani nude di una parete di quarto grado superiore.

Difficile prevedere quanto potranno incidere i social.
Ma potrebbero giocare un ruolo non indifferente nel supplire alla carenza di informazione (o alla cattiva informazione) da parte dei canali ufficiali. Che nel paese stia montando un crescente disamore per lo sloganismo populista è abbastanza percepibile.
La totale e perniciosa inconcludenza dimostrata dalle due esperienze di governo partorite dal “trionfo” 5stelle del 2018 sta producendo i suoi effetti sulla pubblica opinione.
Che, ora, può avere un’occasione per rivoltarsi contro le promesse mirabolanti e i proclami trionfalistici che hanno punteggiato il vuoto assoluto espresso dal sedicente “nuovo che avanza”.

Raro che i sogni diventino realtà. Raro ma non impossibile.       

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