Una strategia indecifrabile

La cifra distintiva del “governo del cambiamento”  è diventata la costante e aggressiva insofferenza verso l’Europa. Nell’invettiva generale verso le istituzioni dell’unione viene coinvolta, addirittura, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo rea di aver sanzionato l’italia per l’applicazione del 41 bis al morente Provenzano. Un organo di giustizia sovranazionale istituito tra i paesi stipulanti la dichiarazione europea dei diritti dell’uomo nel lontano 1959 e che non ha nulla ma proprio nulla a che fare con l’UE, che era di là da venire. Ma, evidentemente, la sola denominazione è stata ritenuta più che sufficiente per farla rientrare nella compagine degli organismi comunitari nemici dell’Italia.

La vulgata compulsivamente promossa da entrambi i vicepremier (ossia i veri contitolari del governo) è che ci troviamo  sotto l’odioso assedio non solo della Commissione Europea ma anche di tutte le articolazioni dell’Unione che, ravvisando nell‘Italia un laboratorio politico che mette in discussione le fondamenta dell’egemonia oligarchica dell’attuale establishment, vogliono uccidere sul nascere la pericolosa anomalia.

E così tutte le ramanzine succedutesi dall’insediamento e, ancor di più, la recente bocciatura del DEF altro non sono che atti deliberatamente e dolosamente ostili, volti a suggestionare i mercati che, altrimenti, valuterebbero con ben altra fiducia la manovra del cambiamento. Quella destinata a sconfiggere, anzi, ad abrogare la povertà, liberare il paese dai vincoli oppressivi dell’austerity e donargli una prospettiva di crescita, benessere e gioia. Gioia autentica.

Una narrazione epica che, talvolta, si scontra con gli strafalcioni di singoli ministri e i rigurgiti dovuti alle diffidenze reciproche tra i due partiti di maggioranza, ma conserva una sua potente capacità di mobilitazione. Davide contro Golia, il Balilla contro i Francesi ecc. (Alberto da Giussano contro il Barbarossa no, troppo demodée).

Uno scontro in cui la ferma volontà italiana di non cedere neppure un metro  si traguarda a una data fatidica.

Di quelle le cui ore, segnate dal destino, battono nel cielo della Patria. Le elezioni Europee del prossimo maggio.

Si tratta solo di arrivare sin li senza paure e disfattismi. Poi tutto cambierà. E, come ha scandito Luigi Di Maio alla kermesse romana dei 5 stelle, non sentiremo più richiami sul deficit ed altre odiose intromissioni in quella che è la sacrosanta volontà del popolo sovrano.

Junquer e Moscovici nei cui volti (l’uno alticcio e l’altro altezzoso)   viene fatto incarnare tutto il pregiudizio anti italico, non sono, dunque, che delle “tigri di carta” con il bollino di scadenza assai prossimo. Una volta spazzati via dal voto sovranista nel radioso maggio 2019, si insidierà un ben diverso consesso dirigente, unito da vincoli di amicizia e solidarietà tra popoli finalmente di nuovo sovrani.

Se l’intera narrazione presenta vistose incongruenze è questo approdo finale ad apparire del tutto psichedelico. E non soltanto in via di principio. Un alleanza solidale tra realtà statali che vogliono, sopra ogni cosa, essere “padrone in casa loro” (e non solo dei loro confini ma anche dei loro soldi), costituisce un’evidente contraddizione. Ma sono proprio alcuni di quelli che dovrebbero essere i nostri nuovi amici  hanno dichiarato, coram populo e non senza asprezza, che a contribuire alla copertura del “debiti allegri” contratti dall’Italia non ci pensano proprio. E allora? Questa strategia che pone al centro il “nuovo ordine europeo” come potrà dirsi funzionale ai programmi, pardon al contratto, su cui fonda il governo  giallo verde? E’ un mistero totale.

Ancora di più di quello di una crescita economica che dovrebbe essere “spinta” dal costosissimo rilascio di una tessera annonaria per gli abrogandi poveri.

Si tratta di una palese incongruenza. Quella che i “capiscitori” definirebbero aporia. E allora i casi sono due. O siamo al cospetto di visionari totalmente scollati dal principio di realtà, che vivono  in un delirio costante in cui il “wishful thinking” regna sovrano (per l’appunto). Oppure la strategia persegue obbiettivi diversi.

 

 

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