Così fu che il circo barnum delle europee alla fine si incupì.

Sono gli ultimissimi giorni di una campagna elettorale che, come spesso capita, si è rivelata non poco diversa da quella che ci si attendeva.
Lo schema fondamentale che un po’ tutti prevedevano è stato rispettato; lega e 5 stelle a monopolizzare il dibattito inglobando maggioranza e opposizione e riproducendone le dinamiche in un gioco rigorosamente a due.
Tuttavia il “teatrino” del conflitto permanente (che si voleva calibrato nella logica squisitamente virtuale dell’operazione di puro marketing) non solo, col passare delle settimane, è sfuggito un po’ di mano ai due uomini immagine.

Ma nella disputa ha fatto prepotentemente irruzione un fattore che ha reso il tutto un po’ sinistro. Il cosiddetto ritorno del sempre uguale (da oltre 20 anni); l’azione della magistratura.

Finché le schermaglie quotidiane si sono giocate sull’iperbole dei rispettivi meriti (e delle rispettive manchevolezze) nel quadro di un’occupazione militare dei mezzi di informazione il giochino ha, semmai, presentato una sua intrinseca (e sovente ridicola) stucchevolezza nel rimarcare il narcisismo incontrollato dei protagonisti.
Si tratta, come noto, di una caratteristica che, in politica, attecchisce con la sua massima rigogliosità tra le fila degli “inventati”.
Ossia di coloro che, assurgendo a posizioni di potere senza un idoneo cursus honorum formativo (nel caso di Di Maio la cosa è a dir poco eclatante ma anche Salvini, alle spalle, non ha nemmeno un’esperienza assessorile), lo compensano con una sorta di culto della personalità (la propria) cui la tecnologia ha fornito un formidabile e multiforme piedistallo su cui installarsi agevolmente a mezzo di un semplice smartphone.

L’orgia di dirette facebook in cui si sono cimentati, senza risparmio, i dioscuri è stata all’insegna di una vera e propria egolatria.

Che Salvini ha alimentato in chiave apertamente cabarettistica staccando, di molte lunghezze, l’imitazione che ne fa Crozza al venerdì.
Di Maio, invece, osservando scrupolosamente i dettami della p.n.l. (programmazione neuro linguistica) che costituiscono l’architrave del format creato dalla Casaleggio associati, quello che, un giorno, verrà studiato come uno dei modelli più straordinari di come si realizza una truffa politica.
In ciò i nostri sono incorsi, rivelando la sopravvalutazione delle loro doti di comunicatori, in un errore abbastanza marchiano; parlare di se stessi assai più che delle questioni che interessano gli italiani.

La campagna elettorale delle politiche dell’anno scorso, probabilmente la più cialtronesca della storia repubblicana, era stata giocata, con ben altra abilità, nel concentrarsi sulla vellicazione di sogni di cambiamento palingenetico.
Sarà che stavolta, in palio, non c’è il governo del paese ma la rappresentanza in un’istituzione che, a giorni alterni, viene descritta, quando va bene, come un opprimente carrozzone burocratico e quando va male, come una gabbia da cui scappare a gambe levate.
In ogni caso l’evidente eccesso di autocelebratività di cui hanno fornito ampia prova Giggino il bibitaro e Teo il capitano, ha travalicato le finalità promozionali per tradursi, per l’appunto, nel vizio di Narciso puro e semplice.
In tal senso le cose si può dire che non siano andate, già di loro, come sarebbero dovute andare, fronteggiandosi due apparati propagandistici ultraprofessionali e ultra attenti a ogni dettaglio e a ogni sbavatura.

Poi, però, il “caso Siri” ha rimescolato completamente le carte.

Sino a qual punto, nella gara puerile a chi è più bravo e chi ha fatto le cose più belle Salvini pareva, comunque, sovrastare Di Maio.
Che, dunque, ha colto al balzo l’occasione servitagli dalla magistratura per rimettersi al centro del ring e piazzare, con costanza, i colpi che, in un incontro sulla lunga distanza, fanno più male: quelli al fegato.
Sempre la magistratura, di lì a poco, gli ha servito il più classico degli “uno due”. La parodia della “tangentopoli lombarda” gli ha consentito di doppiare i cazzotti.
Un po’ come, alle volte, succede nelle zuffe tra ragazzini fuori di scuola, in cui, dagli spintoni e i buffetti, si deborda alle mazzate tirate un po’ alla cieca.
E la tenzone fanciullesca si trasforma in una rissa da adulti. Anche nel quadro della più aspra competizione tra alleati (e pure la prima repubblica ne viveva di alquanto sanguinose), il ricorso alla denigrazione giudiziaria costituisce un limite il cui superamento segna, presto o tardi, un punto di non ritorno.
Se la revoca di Siri ha costituito un amarissimo boccone per il capitano (che pure ha dato prova di disporre di uno stomaco di ferro, aduso, com’è, a porchette, arancini, nutelle e pietanze ipercaloriche varie), il giubilo con cui i 5stelle hanno salutato gli arresti lombardi e il tifo che, senza ritegno hanno manifestato per il prosieguo della retata, rappresentano un vero e proprio macigno.
Si, certo, poi la conservazione del potere costituisce un collante formidabile.
Questo lo dicono tutti, in un paese in cui, tutti, si sentono dei piccoli Machiavelli.
Nondimeno, a mio parere, ci sono ferite che difficilmente si rimarginano.
E, soprattutto, è molto facile che, seppure momentaneamente lenite dal balsamo del potere, tornino a sanguinare.
Ci vuole un nonnulla. Non dico un arresto. Basta un nuovo avviso di garanzia.
Oppure la condanna in secondo grado di un importante sottosegretario, talentuoso e rampante “Salvini boy” ligure.

Ravanando ben bene nelle intercettazioni a strascico effettuate alla “mensa dei poveri”, hai voglia quanti spunti utili alla bisogna puoi individuare.
E fare uscire fra una settimana, o fra un mese o quando lo si ritenga più idoneo.

Di fatto, da ora in avanti, la sopravvivenza del “governo del cambiamento” non è più solo nelle mani dello spread. Ma anche in quelle della magistratura.

A qualche giorno dal voto questa è la grande non novità che ci regala l’ordalia delle europee. Ed, allora, una cappa plumbea e sinistra cala su un circo Barnum in cui doveva andare in scena un innocuo susseguirsi di numeri d’arte varia.
Si può cazzeggiare quanto si vuole sui social. Baloccarsi con divise e altri costumi di carnevale. Fare i duri con tutte le ONG di sto mondo e tenere per mare donne e bambini.
Poi, a mettere in riga, arriva qualcun altro.
In toga.

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