Ma a cosa servirà mai il 25 aprile nell’era del cambiamento?

Le polemiche intorno al 25 aprile non è che siano una grande novità.

Anche se, in tal senso, il “grande classico” erano le intemperanze in cui erano solite esercitarsi, nel corso delle manifestazioni, alcune frange di intolleranti autoproclamatisi custodi di una matrice esclusivamente comunista della guerra di resistenza.
Il che, peraltro, ha rappresentato, per tanti anni, una vulgata che non ammetteva contraddizioni, pena l’accusa sanguinosa di “revisionismo”.
Da un punto di vista storiografico le cose sono abbastanza cambiate.
E della totale mistificatorietà di una resistenza guidata pressochè dalle sole brigate Garibaldi (quelle comuniste, per l’appunto) si può scrivere, e si scrive, con molta più libertà che negli ultimi due decenni del secolo scorso.
Un altro “grande classico” gli odiosi rigurgiti antisemiti dietro le assurde, e non di rado violente, contestazioni alle “brigate ebraiche”.
Chi è di Milano le conosce bene.
Puntualmente si manifestavano in una ben precisa strettoia del Corteo, dove corso Venezia sfocia in Piazza San Babila. Personalmente, negli anni, mi sono beccato più di un calcio giunto a quel punto insieme gli amici della “brigata ebraica” milanese. A seguire servizi televisivi e articoli di stampa più o meno indignati.
Ma finiva lì. E la dimensione festosa del 25 aprile non ne usciva minimamente intaccata.
Nel 2006 le contestazioni alla Moratti, in corteo con l’anziano padre ex partigiano “bianco”, contribuirono, poi, sensibilmente a tirarle la volata per l’elezione a Sindaco meno di un mese dopo. E nel 2009, con la “sacra cerimonia” officiata, ad Onna, nientepopòdimeno che dal’ex “cavaliere nero”, il monopolio del 25 aprile da parte della sinistra ex comunista può dirsi definitivamente archiviato.

Giunti nell’era del “cambiamento” e approssimandosi il primo 25 aprile da celebrare nella sua vigenza, eccolo, invece, messo “nel mirino” dal “vicepremier” Salvini oltre che dalla segretaria di un partito d’opposizione certamente non di massa ma nemmeno così residuale.
“Fratelli d’Italia”, peraltro, non è solo l’erede, via AN, del movimento sociale italiano e, in quanto tale, portatore di una precisa impronta nostalgica.

Vuole essere, invece, l’espressione di una destra moderna, conservatrice e sovranista, che, da tempo, ha smesso di tenere la testa all’indietro.
E, negli ultimi mesi, è diventato anche il “refugium peccatorum” di pezzi di classe dirigente forzista, bisognosi di riciclo, anche di provenienza socialista, socialdemocratica e democristiana che, quindi, nulla hanno a che spartire con le vestigia della Repubblica Sociale.

Pertanto, quando Giorgia Meloni si spinge a definire il 25 aprile una “festa divisiva” è difficile liquidare la cosa dicendo “ma parla per te e per i tuoi accoliti nostalgici del fez e dell’orbace”.
E anche a Salvini, che lo derubrica a stucchevole e antistorica contesa tra “fascisti e comunisti” e, quindi, rivendica il suo diritto a non celebrarlo in quanto sostanziale “rottame” della storia, sarebbe poco intelligente attribuire intenti rivalutativi o, addirittura, emulativi del ventennio.
Il capitano, poi, sa benissimo che tutta l’indignata retorica di un “nuovo Mussolini” assurto agli scrani del governo, gli fa gioco e sortisce l’effetto opposto. E, appunto, ci gioca a livello propagandistico (“chi si ferma è perduto”, “molti nemici e molto onore”, “me ne frego” ecc) attendendo che i pesciolini rossi abbocchino all’amo. Come puntualmente abboccano.

Nondimeno dietro agli attacchi diretti alla natura “fondativa” del 25 aprile c’è sicuramente un disegno.

Che non è certamente la rivalutazione del regime mussoliniano (anche se nei precordi dell’ex fdg Meloni non si può del tutto escludere l’eco di qualche retropensiero). Ma qualcosa di più sottile.

Non saprei dire con quanta consapevolezza ma i nostri paiono ispirarsi al noto precetto orwelliano: “chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro”.

Certo, paragonare il lucido e spietato rigore del metodo stalinista alla parodia pagliaccesca che può fornirne l’attuale compagnia di giro populista, è un pò come associare “il settimo sigillo” di Bergman a “the game of thrones”.
Ma dietro alla rozza banalizzazione storica che vorrebbe il 25 aprile un affare tra fossili del 900 e delle sue categorie ormai superate, si intravede chiaramente l’intento di una rappresentazione dell’Italia come un paese all’anno zero.
Quello di una nuova era, appunto.
Ciò che c’era prima è roba superata. E dunque del tutto trascurabile. Anzi, trascurarlo è, di fatto, un dovere civico per chi crede nel “cambiamento”. Quello che conta è il presente. Un presente in cui tutte le contrapposizioni politico/ideologiche pregresse hanno, finalmente, trovato una loro composizione nel trionfo della “volontà del popolo” e del buon senso di cui è portatore per legge naturale.

Siamo nella logica della palingenesi.

Che assorbe, come un buco nero, un passato che non può dirci più nulla.
E allora non parliamone più. E concentriamoci, invece, sulle tante cose da fare con cui costruiremo il nostro radioso futuro, scevro da inutili retaggi.

Ovviamente ci troviamo al cospetto dell’ennesima narrazione cialtronesca.
In quanto tale destinata a un cospicuo successo.

Nel breve, però.
Gli “orecchianti” che brulicano rumorosi sul web vanno matti per queste cose.Se ne cibano con rara ghiottoneria.
Poi segue non sempre facile digestione.
Per giungere al momento più magico e satisfattivo: quello dell’evacuazione.
Ma non è un ciclo alimentare idoneo a trasformare effettivamente l’organismo complessivo del paese.

Si tratta, infatti, di una dieta in cui sono fortissimi gli aromi. 
Ma inesistente la sostanza proteica.

Il tentativo di riscrivere il passato è connaturato alle forze antidemocratiche.
E il populismo è intrinsecamente antidemocratico. Ma ci vuole ben altra tempra.
Figuriamoci, poi, se può riuscirci uno che maneggia un mitra con tanta fanciullesca e gioiosa maldestria.

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