Dal “sicurezza bis” al “Conte bis”: i 30 giorni che sconvolsero Salvini.

In un tripudio si salti mortali ed altri numeri circensi, il pazzo agosto 2019 ci ha regalato uno dei più strampalati ribaltamenti di situazione di una seconda repubblica che, pur, ci aveva abituato a non poche sorprese a partire dal suo evento primigenio ovvero la sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” da parte di un partito nato due mesi prima per iniziativa di un Tycoon televisivo debuttante assoluto in politica.

Da allora ne abbiamo viste tante.

Nondimeno il blitzkrieg estivo sferrato da Salvini lo scorso 8 agosto e la serrata sequenza che, nell’arco di tre settimane scarse, ha condotto all’imbarazzante debacle del capitano resteranno, per così dire, negli annali della nostra storia recente. E non solo alla voce trash.

Anche se una cosa è certa: ci siamo tutti quanti divertiti un mondo.

In un paese già da anni malmesso di suo, reduce, per di più, dal trattamento intensivo esperito dal governo gialloverde per mandarlo definitivamente a gambe all’aria e con la prospettiva di una recessione incombente a livello continentale, un bello spettacolo di arte varia per scordare (almeno in vacanza) preoccupazioni e angosce, ci voleva.

Poi, purtroppo, le vacanze finiscono, arriva settembre col suo sguardo assai meno gioviale del predecessore e si è, di nuovo, costretti a fare i conti con la realtà.

Finita l’allegra sarabanda, la parabola dell’estate Salviniana, pur con tutti i suoi risvolti grotteschi, ha rivelato dei significati didascalici propri della mitologia, roba seria dunque.
In tanti hanno evocato l’Hybris, reminiscenza, tra le più affascinanti, di chi ha fatto studi classici. La vendetta degli dei sugli umani che hanno osato sfidare i propri limiti ed ergersi, a loro volta, a divinità e che finiscono per autodistruggersi resi folli dalla loro colpevole ambizione.

Un modo, forse un po’ troppo aulico (oltre che semplicistico) per spiegare quello che resta il grande mistero di tutta la vicenda ovvero il perché dell’apertura di una crisi a una settimana esatta dal ferragosto.
Ma sicuramente c’è del vero anche un tipo di lettura squisitamente psicanalitico.
Soprattutto tenuto conto di tutte le fragilità umane che il politico Salvini ha esibito già a partire da pochissimi giorni dopo l’inizio della sua sfortunata guerra lampo.

E che hanno reso manifesto che non tutta la situazione andata a crearsi fosse leggibile sulla base di criteri di natura politica, in cui gli sbagli trovano implacabilmente una loro ragione di tipo logico.
Che Salvini abbia agito esclusivamente in preda ad un’ebbrezza ricercata e praticata per lunghi ed assolati giorni sui lidi romagnoli, non è né vero né verosimile.
Ma l’overexposition cui si è gioiosamente abbandonato in quel del Papeete non ha sicuramente giovato alla lucidità necessaria per stilare e dare corso a un piano d’attacco efficace.
Men che meno a elaborare uno straccio di piano B nel caso le difficoltà si rivelassero superiori alle aspettative.
Che, infatti, non è mai esistito, costringendo così colui che fu l’implacabile domatore dei 5stelle (cui ha letteralmente dettato la linea per 14 mesi), a compiere, nel pieno del marasma, il più umiliante degli atti sottomissivi: l’offerta del comando al suo più servizievole scudiero, in arte Giggino. Per di più inutilmente.

Non è la prima volta che, nella storia (grande o piccola), paiono aprirsi dei varchi spaziotemporali in cui gli eventi vengono inghiottiti come in un buco nero per riemergerne, totalmente stravolti, nel giro di una manciata di giorni.
Ma fa, comunque, impressione pensare che, appena un mese prima della presentazione dei ministri del governo giallorosso a guida di un altro che fu fedele e scrupoloso esecutore dei diktat salviniani, il Capitano stesse ringraziando la Madonna di Meldjugore per aver fornito il suo viatico all’approvazione del “decreto sicurezza bis” intervenuta proprio nel giorno del di Lei compleanno, 5 agosto.

A questo punto il rimarcare gli sbagli tattici che hanno portato alla caporetto leghista diventa, quasi, un esercizio retrò.

Il presente corre di gran lena e ci impone di inseguirlo anziché perderci a scandagliare un passato che è recentissimo ma sembra già molto lontano.

Personalmente ero convinto che, pur non avendo la strada spianata, Salvini fosse in grado di ottenere le elezioni anticipate.
Ma già dopo qualche giorno, vedendo che non si decideva a ritirare la sua delegazione ministeriale dal governo, qualche dubbio mi è venuto.
L’11 agosto irrompe la mossa spericolata di Renzi a mezzo di intervista al Corriere della Sera.
E, poco dopo, l’uscita che mi ha dato la certezza matematica che il blitzkrieg fosse fallito.
Nel momento esatto in cui ha proposto “taglio dei parlamentari e subito al voto” che Salvini avesse perso completamente il controllo della situazione è stato chiaro a me come a tanti altri.
E, sicuramente, anche a lui.

E’ da quel momento esatto che il capitano inizia la sua inarrestabile catabasi.

Ed, ancora più incredibilmente, inizia l’ascesa del più improbabile Presidente del Consiglio che mai l’Italia abbia conosciuto.
Gli schiaffoni in diretta del 20 agosto e le faccine, tra lo smarrito e l’indispettito, del ministro degli interni che si subisce lo “shampata” seduto a fianco di quello che mai avrebbe pensato potesse diventare il suo pubblico fustigatore, sono già un oggetto di culto dell’infotaiment televisivo italiano di tutti i tempi.
Altro che Berlusconi che dà del kapo a Shultz al parlamento europeo con, seduto a fianco, un imbarazzatissimo Fini. Surclassato!

Avremo tempo per parlare di Conte, dei suoi ministri e di tutto il nuovo circo Barnum che ci attende ancorché allestito in un tendone di cui sono cambiati i colori. Anzi, un colore.


Però questo pezzo è solo per lui, il Capitano che volle farsi Feldmaresciallo con una campagna di agosto ma non ci riuscì.

Di tutto il suo agire politico, nel corso dei 14 mesi gialloverdi, salvo una e una sola cosa ma, devo dire, non senza sincera riconoscenza; aver impedito l’assassinio di Radio Radicale.

Per quanto mi riguarda è l’unica medaglia che può orgogliosamente appuntarsi sulla divisa che sceglierà di indossare nei momenti di malinconia.

Ma le predicazioni con cui ha alimentato la sua ossessiva propaganda sono state un veleno per il paese.
Iniettato con cinismo quotidiano e a piene dosi.
Io, personalmente, la ritengo una colpa molto grave.
E che non potrà essere dimenticata.

Per questo, pur vivendo con vivo sconforto la nascita pasticciata di un nuovo pasticcio governativo, non posso non provare sollievo per il fatto che Salvini non sia più ministro degli interni.               

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