Il “caso Raggi” e gli ultimi che possono parlare.

Da una parte gli insulti di Di Maio e Di Battista ai giornalisti (“infimi sciacalli”, “prostitute”).

Dall’altra l’indignazione dei medesimi per il truce oltraggio alla nobile funzione informativa.

Lo showdown immediatamente seguito alla prevedibile assoluzione di Virginia Raggi (assoluzione perché “il fatto non costituisce reato” ovvero che, come al solito, la Sindaca non aveva capito una mazza di quello che le succedeva attorno), ci regala l’ennesimo paradosso tutto italiano.

Già perché i cinque stelle sono veramente gli ultimi a poter stigmatizzare quel tipo di informazione. Quella inaugurata dalla stagione manipulitista e stratificatasi nel ventennio successivo sino a diventare un autentico mainstream,  sul cui sciatto scandalismo voyeurista i penta stellati hanno costruito buona parte delle proprie fortune. E di cui il loro house organ ufficioso (“il Fatto quotidiano”) costituisce il campione assoluto.

Se c’è un humus su cui il pensiero (vabbè..) e le predicazioni grilliste hanno trovato un ambiente fertile per infestare il dibattito pubblico nazionale è proprio il modello di informazione su cui, oggi,  scaricano le loro sgrammaticate contumelie.

Discorso speculare e analogo vale per i giornalisti. Anche loro sono gli ultimi a potersi indignare.    

Dopo oltre venticinque anni di veline giudiziarie sciorinate come verità assodate, migliaia di verbali di intercettazioni pedissequamente riprodotte “ad sputtanandum” e la totale perdita di qualsivoglia cultura del “giornalismo di inchiesta” conseguita al pigro adagiarsi sulle marchette a questo o quel pm, gli operatori mediatici nostrani hanno, davvero, ben poco di nobile da rivendicare relativamente alla propria funzione.

Una reputazione puoi difenderla quando ce l’hai.

Ma se hai fatto di tutto per perderla e, infine, dopo anni di pratica indefessa, l’hai persa pressoché totalmente, l’indignata reazione all’offesa non ha alcuna credibilità. Suona come null’altro che il garrulo lamento dei parrucconi.

Peraltro ci sarebbe da dire che, rispetto all’ampissimo catalogo dei precedenti, le attenzioni rivolte dalla stampa alle vicende che hanno ruotato intorno all’inchiesta sull’oca giuliva capitolina, non sono state, poi, sto  gran linciaggio morale.

Ad esempio, a parte il “patata bollente” dedicatole da “libero”, le coloriture pruriginose cui si prestava il triangolo Raggi/Marra/Romeo (con i messaggini whattsapp, le fughe sui tetti, le polizze sulla vita ecc.), sono state contenute al di sotto del minimo sindacale.

Ben altra sorte era toccata a tantissimi altri/e malcapitati/e.

Un moltitudine sulle cui vicende personali, più o meno disdicevoli, andate ad  impigliarsi in questa o quella intercettazione, ha banchettato a bocca larga tutto il sistema dei media. Per poi ritrovarsi archiviati. O senza mai, addirittura, essere stati formalmente indagati.

Tutte le cronache dedicate alla Sindaca e i suoi cari, hanno riprodotto, senza particolari forzature, il metodo applicato in casi analoghi nello scorso  ventennio.

C’è un interrogatorio; il giorno dopo è sul giornale. Ci sono delle intercettazioni: idem. Ci sono messaggi, sms, e mail; pure. Niente di più. Niente di meno.

Un format visto migliaia di volte.

L’ennesima replica del tristo reality show mediatico/giudiziario che, dal 1992, va in onda a canali unificati qui da noi. E che, unitamente alla retorica della “casta” (caso estremo di eterogenesi dei fini visto che era stata scientemente elaborata, dal “corriere della sera”, per sostenere un’ipotetica discesa in campo di Montezemolo nel lontano 2009), ha messo le ali all’ascesa di quella che, qualcuno, definì, non senza rigore classificatorio, “la più grande banda di teste di cazzo apparse nella politica italiana”.

Il paradosso, dal lato grillino, riveste, poi, un ulteriore riflesso grottesco se solo si pensa che i pentastellati sono i più intransigenti assertori del diritto/dovere di pubblicare integralmente le intercettazioni anche laddove prive di rilievo penale o, addirittura, riguardanti fatti o persone estranee all’indagine, perché così il cittadino può apprendere, de visu, i “vizi dei potenti”.

Ed effettivamente, nel caso della Raggi, al netto di un rilievo penale che pure ha avuto bisogno di un processo per essere dichiarato inesistente, lo spaccato offerto dai verbali pubblicati dai media, è stato senz’altro istruttivo circa la carica di dilettantismo, arroganza e financo, squallore personale di cui era portatrice la cerchia più potente del comune di Roma.

E, dunque, l’assunto grillino, dovrebbe avervi trovato la migliore conferma della propria validità. Altro che prendersela con i giornalisti.

Poi c’è chi pensa che il valore di chi amministra la cosa pubblica debba essere ponderato in relazione ai risultati che consegue. Non spiandolo dal buco della serratura. E, per quanto riguarda la Raggi, esistono evidenze che consentono ampiamente di mettere da  parte qualsivoglia verbale. E stilare un giudizio politico. Ah già, la politica..

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