La decadenza come metodo

C’è un metodo che accomuna i grillini assurti a responsabilità amministrative e governative.

Raggiunto il potere mediante la sistematica e ossessiva denigrazione delle inefficienze altrui, si danno un gran da fare perché la situazione ereditata degeneri completamente e si avvii a definitiva distruzione.

La parabola della sindaca Raggi è, in tal senso, paradigmatica.

Conquistato il campidoglio dopo un’amministrazione piuttosto lunare (anche se il giudizio su Marino, alla luce del presente, è tutto da ricalibrare) a sua volta preceduta da un’altra semplicemente disdicevole (e su Alemanno non c’è molto altro da aggiungere), la Raggi, al netto dei pasticci combinati con il suo smandrippato inner circle, ha pervicacemente perseguito l’obbiettivo di alzare l’asticella del degrado capitale molto ma molto al di sopra dei suoi predecessori.

E in questo ha fatto centro, nessuno può negarlo. Analoghe considerazioni possono essere svolte sull’Appendino che, ereditata una città un po’ ingrigita ma, diversamente da Roma,  funzionante, l’ha portata su un sostanziale binario morto. Come quello che, i suoi consiglieri, vorrebbero  divenisse la TAV.

E’ come se, dato rifugio a un anziano gatto un po’ malandato scandalizzati dall’incuria dei vecchi padroni, gli si propinasse cibo guasto e acqua lurida.  E nemmeno tutti i giorni. A tacere, poi, della pulizia della lettiera, una volta al mese scarsa.

Al governo si riproduce il medesimo schema.

Un determinato ambito non funziona a dovere e meriterebbe di interventi per rilanciarlo?

Bene; distruggiamolo definitivamente.

L’aspirante campione del momento è il Ministro di Giustizia.

Dallo studiolo legale fiorentino è stato catapultato alla più alta responsabilità su un pianeta oscuro e languente.

Quello della nostra giustizia, per l’appunto. Che, al netto delle tante nefandezze prodotte da 25 anni di circo mediatico/politico, registra le performances più disastrose di tutto il continente. I tempi processuali più lunghi. L’arretrato più mostruoso. L’inefficienza più totale, considerata la sostanziale parità dei denari stanziati rispetto a quelli del resto di Europa.

Nonostante la sua formazione civilistica, il Ministro ha individuato come priorità assoluta l’ambito penale.

Sveltire i processi, riorganizzare gli uffici giudiziari, incrementare la produttività dei magistrati?

Nulla di tutto questo.

Se i processi sono lenti, questa la geniale trovata, rendiamoli infiniti.

Del resto lentezza e rapidità si valutano in relazione al proverbiale punto b che deve essere raggiunto dal punto a. E se questo punto b va a perdersi nell’infinità dell’iperspazio è chiaro che il concetto di tempo scompare dissolvendosi nella nebulosa in cui regna l’eterno. Un processo che attinge all’eternità può dirsi forse lento?

Anche in questo caso, dunque, al cospetto di una “cosa” che funziona male, la risposta è prenderla a martellate finché non si rompe del tutto. Perché abrogare la prescrizione questo significa: distruggere non solo il processo ma l’intero sistema giudiziario penale.

Vabbè, abbiamo preso ad esempio Bonafede. Troppo facile infierire, si dirà. Ma non è che i colleghi si discostino dal modello. Di Maio, da ministro del lavoro, sta già dando un cospicuo contributo all’aumento della disoccupazione. In attesa di scassare i conti pubblici con il reddito di cittadinanza. Toninelli, ministro per i trasporti e le infrastrutture, opera indefesso per bloccare ferrovie, gronde, tunnel e tutto ciò che ha a che fare con la mobilità. E cosa ci sarà poi da andare in giro, state a casa vostra a guardare le dirette Facebook.

Insomma un modus agendi di rara coerenza e omogeneità.

Quello che ci si chiede è se la tetragonia di questo metodo sia dovuta (solo) alla plateale incapacità dei suoi artefici o vi sia una precisa logica che la sottende.   

Ovviamente “la seconda che hai detto”. Tutta la retorica grillista (decrescita felice, no alle grandi opere, tutto da statalizzare, reddito svincolato dal lavoro ecc.) regge su un architrave; l’elogio della decadenza.

E non è una petizione di principio di portata ideologica. Ma una chiara e cinica metodologia di incremento e conservazione del potere. Peraltro antica quanto il sole.

Una società che si adagia sulla propria decadenza e vi ci trastulla come una rana nell’acquitrino è molto più facile da controllare di una società che punti allo sviluppo. Troppo pericolose le dinamiche che la innervano. Uno Stato pachidermico e placidamente schiantato sul suo peso, oltre a essere meno ansiogeno di una Stato leggero che favorisca l’iniziativa privata (eh insomma, tutto quel correre..),  si è già addomesticato di suo. Un corpaccione fatiscente di cui un ceto politico miserando e parassitario può pascersi a lungo.

One thought on “La decadenza come metodo

  • 11 Novembre 2018 at 8:44
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    Condivido la lettura, ma temo che l’ignoranza e l’incapacità siano i motivi per cui tutto viene distrutto e non risolto. Questo non li rende meno responsabili del disastro con cui dovremo fare i conti in un prossimo futuro.

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