Per l’avvocaticchio Bonafede sono solo “secondini”.

In merito all’oscenità del noto video celebrativo postato su Facebook dall’attuale ministro di Giustizia si è ampiamente letto.
Certo, rimane sconcertante che un rappresentate del governo (ma il discorso varrebbe anche per cariche assai meno elevate delle nostre istituzioni) abbia potuto concepire e promuovere un qualcosa di tanto spregevole. Una via di mezzo tra una produzione dell’ISIS (soprattutto per lo slow motion e il commento musicale) e il vecchio videotape del processo sommario “celebrato” nei confronti di Caesuscu e consorte nell’ormai lontano Natale del 1989.
Aggiungere ulteriori considerazioni, morali ed estetiche, si risolve in un esercizio stucchevole.
Del resto l’opera audiovisiva è ampiamente fruibile sui più svariati canali on line. E, per così dire, parla da sola.

Trovo, invece, meritevole di approfondimento la giustificazione fornita dall’avv. Buonafede: “l’intento del video non era quello di celebrarmi ma di dare lustro alla polizia penitenziaria”.

Sono parole piuttosto illuminanti circa il retroterra (sotto)culturale del ministro e ci dicono molto del suo modo di pensare.
E, allora, ci tocca affrontare una nuova catabasi (o “viaggio allucinante”, fate voi..) nella testa dell’attuale Guardasigilli.
Com’è noto questi è un avvocato. Prima della folgorante carriera politica si occupava, in via esclusiva, di diritto civile. Ignote le sue imprese forensi.
Tuttavia un suo ricordo dell’originaria attività professionale non depone benissimo circa le competenze giuridiche, avendo testualmente dichiarato che “faceva i decreti ingiuntivi per eseguire le sentenze” (anche il più sfessato degli avvocaticchi sa bene che le sentenze sono già, di loro, un titolo esecutivo e non abbisognano di alcun decreto ingiuntivo per essere azionate).
Sta di fatto che, come vale per tutti i civilisti, è ragionevole credere che, da avvocato, non abbia mai messo piede in un carcere in vita sua, non abbia mai oltrepassato le porte di sicurezza che conducono al reparto colloqui, non abbia mai scambiato due parole con un agente di polizia penitenziaria magari nel bar interno all’istituto. Tutto un retaggio che, invece, è pane quotidiano per molti penalisti (come il sottoscritto).

Pur da uomo di diritto (chè, comunque, una laurea e un’abilitazione da avvocato li ha conseguiti), l’immagine degli operatori della sicurezza penitenziaria che parrebbe aver introiettato è quella arcaica del carceriere.

Quello che, un tempo, si definiva secondino. Le cui mansioni si esauriscono nel mettere gli schiavettoni ai polsi del reo, prendergli le impronte digitali, schiaffarlo in cella e controllare che non evada.
Se, infatti, il video intendeva, nelle sue intenzioni, “dare lustro” alla polizia penitenziaria è evidente che le azioni da lui ritenute meritevoli di plauso sono quelle rappresentate (in palese violazione di legge) nel video stesso.
Manette ai polsi, impronte digitali e traduzione. Queste, secondo lui, sono le funzioni precipue svolte dagli agenti di custodia nella carceri patrie.

E qui ci affacciamo davvero su un abisso di ignoranza totale su quella che è la realtà dei nostri istituti di pena.

E sulla delicatezza e la complessità del ruolo della polizia penitenziaria.
La stragrande maggioranza dei cui operatori svolge la propria attività con un abnegazione che rasente l’eroismo, considerate le condizioni miserande in cui sono costretti a lavorare, tra carenze di organico, degrado delle strutture, assenza di servizi rieducativi.

Non pochi lasciandoci la pelle. E non per mano dei custoditi. Ma per mano propria.
E’ impressionante il numero di suicidi nelle fila della polizia penitenziaria.
E, questo, ci dice molto del girone infernale in cui, esclusi alcuni istituti “modello”, si ritrovano gettati tutti gli abitanti di questo mondo parallelo (e nascosto) che si chiama carcere. Detenuti e guardie condividono, in tal senso, la medesima condizione angosciante. E diversi non ce la fanno. Tra gli uni e tra gli altri. Poi ci sono le “mele marce”. Poche. Ma gli episodi di “missioni punitive” e pestaggi organizzati, purtroppo, ci sono.
Una fenomenologia grave ed odiosa. Che, però, non intacca il livello di professionalità espresso dalla più parte degli operatori della sicurezza nelle carceri.
Quella che, secondo Buonafede, riposerebbe solo sul “sorvegliare e punire”.
Ma cosa ne sa, lui, delle situazioni che, quotidianamente, sono chiamati ad affrontare nella gestione di un’umanità dolente, portatrice di vissuti disgraziati i più vari, compressa in ambienti asfittici, bui, freddi d’inverno e bollenti d’estate?
Manette, impronte digitali e “battitura delle sbarre” costituiscono, in tal senso, un aspetto addirittura secondario.
L’agente di polizia penitenziaria deve capire chi è a rischio di suicidio Chi sta veramente male. Se in una determinata cella la convivenza forzata di taluni soggetti può creare problemi. Se in un certo reparto si è vicini al punto di ebollizione. Deve essere umano ma porre un limite preciso alla confidenza col detenuto. Deve monitorare che, tra la popolazione carceraria di fede musulmana, non alligni la radicalizzazione e il relativo proselitismo. Deve, sovente, sostituirsi agli assistenti sociali e agli psicologi, perennemente sottodimensionati.
Deve, insomma, fare un sacco di cose che sfuggono totalmente alla mentalità concentrazionaria di cui è portatore il Ministro di Giustizia più ottuso che la storia repubblicana ricordi. E sono quelle che, senz’altro, sarebbero meritevoli di “lustro”.

Ma, niente, per lui l’agente di custodia resta un “secondino”.

E il bravo secondino, quello da elogiare, quello cui “dare lustro”, è quello che mette le manette ai polsi.
Di tutto il resto, molto semplicemente, il nostro Ministro sa meno di nulla. Meschinello.

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