Visegrad, lo zio Vlad e noi.

Nell’epoca del governo del cambiamento, si sa, la “visione” è a brevissimo termine.

Non più in là delle prossime europee. Una manciata di mesi.
Provvedimenti che la fanfara propagandistica celebra come forieri di una palingenesi nazionale, in realtà, si parametrano in via esclusiva a un’esigenza di brevissimo termine: quella di vincere le imminenti elezioni.
Considerate le formidabili promesse elargitive siamo al limite (se non oltre) del voto di scambio.
E, volendo restare nel campo penalistico tanto caro ai populisti, della circonvenzione di incapace. O della truffa.
Tutti sanno che i denari per reddito di cittadinanza ci saranno, a malapena, per quest’anno. Anzi, si arriva a postulare che, se ci si accorgesse che non bastano, si procederà, sic et simpliciter, a ridurre l’entità delle erogazioni. Come dire; ti do 780 € al mese se, poi, strada facendo mi accorgo che non ne ho.. vabbè, dai, ti sgancio qualcosa in meno. L’apoteosi della cialtronaggine.
Discorso analogo, ovviamente, per “quota 100”; il primo anno (e con mille paletti) reggerà. Poi bisognerà inventarsi qualcos’altro.
Un rifiuto programmatico non dico della lungimiranza (dai su, che paroloni) ma anche solo della mediomiranza.. Vabbè, diciamo della miranza in generale buona lì.

Com’è noto, poi, la fretta è cattiva consigliera.

Ed, infatti, dalla finanziaria approvata nei tempi che sappiamo, emergono già i primi pasticci. Tutti figli di nessuno.
Come l’aggravio fiscale delle ONLUS.
“Noi pensavamo di colpire quelle truffaldine invece, così, si penalizza un settore virtuoso”: ma chi l’ha pensato? E chi ha redatto il relativo comma (peraltro difficilmente equivocabile nelle conseguenze)? Mistero assoluto. E chissà quanti ne salteranno fuori.

Sempre in fretta e furia, poi, i due “capi politici vicepremier, si trovano a dover costruire alleanze strategiche con gli omologhi europei.
E così uno se ne vola a Varsavia. E l’altro elogia i casseurs parigini che, sulla tuta nera da black block, hanno opportunamente indossato il fatidico gilet giallo.
In entrambi i casi con risultati non incoraggianti. Anche se, nel caso di Salvini, una strategia c’è. Autolesionistica quanto si vuole (per l’Italia) ma c’è. Nel caso dell’ex steward del San Paolo, invece, si vede la mano della Casaleggio s.r.l.. E, quindi, del puro e semplice marketing. Il “target” elettorale è in sofferenza per i mille motivi che sappiamo? E facciamogli sentire una musichetta che li allieta e rinfocola i cari ricordi di quando (bei tempi!) si stava all’opposizione e non al governo.

Queste sono le nostre miserie pubbliche.
In cui ci troviamo talmente immersi (tra social martellanti e tg pubblici ultra-allineati, roba da far rimpiangere il Telekabul di Curzi) da dimenticare che, intorno a noi, gira un mondo.

E che sarebbe il caso di osservarne in prospettiva le dinamiche.

Se, in casa nostra, possiamo baloccarci con il tifo da reality show, per quanto riguarda gli assetti internazionali (su cui abbiamo una capacità di incidere pari allo zero) vale più la pena cercar di capire cosa bolla in pentola anziché replicare il giochino delle nomination: sù Putin, giù Macron, forza Trump, abbasso Merkel.

Sulla contraddizione intrinseca di un asse sovranista che meglio tutelerebbe i nostri interessi si è ampiamente detto.
Quelli di Visegrad, tanto cari al capitano, non vogliono alcuna distribuzione dei migranti. E sono stati tra i più arcigni assertori della “tolleranza zero” per chi sfora i parametri di bilancio UE. Quale mai appoggio ci si può attendere da alleati del genere?

Ma, com’è noto, il leader europeo che più scalda il cuore di Salvini e con ha già siglato, lo scorso anno, un vero e proprio patto di mutua collaborazione, è lo zar di tutte le Russie, in arte zio Vlad.
Uno che, sempre nella logica “reality show” che domina gli umori nazionali, riscuote un gran successo presso gli italiani. Molti dei quali lo vedono, addirittura, come un’ipotetica alternativa allo scudo dell’Europa matrigna.
Se proprio questi euroburocrati ci rendono la vita impossibile possiamo sempre buttarci nelle braccia protettive dello zio Vlad, è il ragionamento che si può ascoltare in molti dei nostri bar.

Come sia messa la Russia, nel 16° anno di regno putiniano, sfugge alla più parte.

Tutti convinti che, con quel popò i gas, petrolio e materie prime, sia un colosso economico. In realtà non solo l’economia russa registra numeri che sono significativamente inferiori ai nostri . Ma, soprattutto, il modello di potere consolidato da Putin presenta delle crepe che è difficile non vedere.
Le condizioni di vita dei suoi sudditi, innanzitutto, registrano un costante peggioramento.
Dieci anni fa, per dire, mangiavano di più, vivevano di più, compravano di più.
In compenso possono osservare una ristrettissima elite di ultramiliardari che, invece, incrementa di giorno in giorno i propri lussi sardanapalici.
Il che è un classico dei regimi oligarchici e di quelle che si suol definire democrature.
Così come un classico sono gli investimenti smodati in armamenti. E, anche, la bellicosità esterna. Le guerre attualmente in corso in ambito europeo recano tutte il marchio dello zio Vlad.
Ma, davvero, questa è una roba che può reggere a lungo?
Si è mai visto un popolo (anche il più abulico) che, prima o poi, non presenti il conto ad un’autorità che, sistematicamente, ne peggiora condizioni di vita e ne accentua i divari sociali riservando il benessere a pochissimi eletti che, peraltro, passano il tempo ad ostentarlo? Come la storia recente ci insegna, basta una scintilla per mandare a fuoco edifici di potere che stupivano per apparente imponenza.
Vale la pena puntarci tutta la puglia?

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