Di Maio, Renzi e le colpe dei padri; spigolature di storia recente.

La polemica su papà Di Maio datore di lavoro poco propenso al “chiaro”, oltre a rimarcare per l’ennesima volta il baratro in cui è da tempo precipitato il dibattito pubblico nostrano, ci dice qualcosa in più circa l’involuzione gerontocratica che ha subito la nostra società.

Il Vice Premier, com’è noto, è un uomo di 31 anni.

Giovane, dunque, ma pur sempre quello che si dice un uomo fatto. Senza stare a scomodare Alessandro magno (che trentenne aveva conquistato metà del mondo conosciuto all’epoca), si tratta di un’età in cui, sino a non molti anni orsono, era normale si fosse già padri di famiglia e quindi, svincolati dall’autorità paterna d’origine in quanto fondatori e titolari di un nuovo nucleo familiare. I single erano considerati dei gaudenti. Ma pur sempre non più sotto l’ala protettrice di papà e mamma.

Sarà l’aumento delle aspettative di vita, il ritardo dell’ingresso nel mondo del lavoro, la permanenza nella dimora familiare ben oltre la trentina come fenomeno di massa, fatto sta che, oggi, a trent’anni, si è ancora, a tutti gli effetti, “figli”. E anche oltre.

Questo vale anche per una classe dirigente in cui, un tempo, l’essere “uomini fatti” era un ovvio prerequisito. Nessuno si sarebbe mai affidato a un pischello ancora legato a mamma e papà. Le interviste ai genitori di questo o quel leader politico erano estremamente rare. E giusto per fare un po’ di colore. Oggi accade, invece, che si senta l’esigenza di apprendere le caratteristiche personologiche dell’attuale “premier prestanome” dal di lui papà. E stiamo parlando di un signore (pardon.. professore) che ha traguardato da tempo la cinquantina.

Sono i paradossi di una società di “forever young” che, però, è tra le più anziane del pianeta.

In questa fenomenologia sociologica si innesta un’ulteriore novità rispetto al passato; lo “sdoganamento” della vita privata come elemento di polemica politico/mediatica.

Fino alla fine del secolo scorso vigeva, com’è noto, una regola non detta, ma unanimente applicata, che le questioni personali dei politici venissero escluse dal dibattito pubblico. E così il ministro tizio poteva avere l’amante, Caio prediligere i giovani virgulti, Sempronio avere un congiunto scavezzacollo. Si sapeva. E non si diceva. Giusto qualche eccezione. La più nota risale agli anni 50, il “caso Montesi” che costò la carriera all’allora potentissimo democristiano Piccioni. Suo figlio (musicista di fama e bon vivant) era rimasto impigliato in un’intricata e torbida vicenda di festini in cui gli inquirenti ritenevano fosse maturata la morte misteriosa della ventenne trovata sulla spiaggia di Torvaianica, Wilma Montesi, appunto. Il delitto resterà un mistero. Piccioni junior (dopo una gogna assai crudele) verrà assolto. Piccioni senior si dimette da ministro degli esterei e non diventerà segretario della DC.  Un po’ tutti ci vedranno lo zampino di Amintore Fanfani (primo competitor di Pccioni). E chiusa lì.

Significativo che, al contrario di oggi, è il papà a dover scontare le (presunte) colpe del figliolo. E non viceversa. Più di vent’anni dopo un caso, ben più cupo, che si colora di tragico per il sangue versato. Si scopre che il figlio del potente ministro Donat Cattin è un militante di punta di prima linea. E’ stato lui a premere il grilletto contro Alessandrini. Ripara, temporaneamente in Francia grazie a una soffiata. Il padre si dimette da ministro. Ma per diverso tempo si sospetta che non siamo estranei alla fuga i buoni uffici del ministro degli interni Cossiga (molto amico di Donat Cattin senior). Una storia assai spinosa. Su cui i media, però, metteranno una sostanziale sordina. Sono anni difficili. Cossiga viene scagionato. Cala l’oblio.

Si devono aspettare i primi anni duemila perché le faccende personali proprompano sulla scena e diventino materia abituale (e a volte maniacale) di lotta politica.

E’ uno dei tanti frutti avvelenati lasciatici dalla guerra civile “a bassa intensità” combattuta, per oltre 20 anni, nel nome dell’antiberlusconismo. Com’è noto, dopo innumerevoli ed inutili sforzi per far fuori il cavaliere per via giudiziaria, la Procura di Milano decide di utilizzare “l’ordigno fine di mondo”.

E scoppia il caso Ruby con il corollario di cene eleganti e di varia umanità femminile che viene scandagliato con un armamentario investigativo degno della caccia al “el chapo”.

Sui media si scatena un voyeurismo parossisitico che non si fa mancare nulla. Del resto il materiale, scritto e audiovisivo, che viene loro generosamente somministrato dalle consuete manine è enciclopedico. Ma il tabù, in realtà, non viene infranto con la presunta “nipote di Mubarack”. L’anno prima il nuovo andazzo era stato inaugurato dal compleanno di Noemi Letizia e relative illazioni. Poi arriverà Patrizia D’addario e tutta la filiera smeraldino/pugliese. Karima el Marough, in arte Ruby, resta, però, l’eroina eponima della campagna scandalistica che contribuirà non poco a scalzare il Cavaliere. Poco importa se, anni dopo, verrà assolto dall’accusa di “favoreggiamento della prostituzione minorile”. La missione di Ilda la rossa può dirsi sostanzialmente conclusa.

E siamo arrivati, finalmente, al filone paterno che è tutta farina del nuovo corso renziano.

L’astro nascente che, a forza di sgomitate, ha scalato prima il pd e poi la presidenza del consiglio, è un giovane uomo. Tuttavia, da buon cattolico (ed ex boy scout), non pare dare adito a chiacchiere boccaccesche. Tuttavia il colpire negli affetti più cari si è già rivelata un’arma efficace. Sia in termini di destabilizzazione politica. Sia per imbastirci un bel romanzo a puntate quotidiane. Gli italiani, già di loro, si divertono un mondo con lo sputtanamento delle vite altrui. E dopo anni di scorpacciate ci hanno preso ancor più gusto. Mettere nel mirino il papà è, dunque, la trovata vincente che inaugura un nuovo tormentone mediatico. Poco importa se i risvolti giudiziari sono davvero poco solidi e i metodi investigativi ancora più discutibili.  Tutto fa brodo e, anche in questo caso, la vicenda dà il suo buon contributo a rendere urticante l’immagine del “golden baby” (che già ci aveva messo del suo).

Tramontato l’estro renziano e giunta l’era del cambiamento è la nemesi a incaricarsi di sfrucugliare il nuovo “figlio di papà”. Già perché il Giggino messo sulla graticola dalle “iene” era stato tra i più spietati censori di “papi Renzi” e di “papi Boschi”. Il contrappasso si compie. Molto meno sanguinario dei precedenti. Ma pur sempre imbarazzante. Con tanto di spaccato familiare fatto di piccole furbizie, modesti abusi edilizi, espedienti tipici della medio piccola borghesia del sud. Uno scenario piuttosto tristanzuolo.

Ma così va. In un paese in cui la politica è diventata un impasto inconcludente di gossip, fanfaronate e marketing. E in cui si resta figli fin oltre i cinquanta

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